"UN PATTO PER LA FAMIGLIA"

Omelia del Vescovo mons. Adriano Caprioli in occasione della Festa della B.V. della Porta

Protagonisti, nel racconto del Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv. 2, 1-11: le nozze di Cana), sono anzitutto due sposi. Essi rappresentano l’esistenza in uno dei suoi momenti più gioiosi e vitali. Arriva però un momento delicato, quando il buon vino viene a mancare. Vino è simbolo della gioia di stare insieme, di amarsi reciprocamente, di poter dire l’uno all’altro: "Io senza di te non posso vivere un giorno". E non è poco questo sentimento! Dio stesso, quando ha voluto manifestare il suo patto di amore con l’umanità, ha suggerito ad alcuni profeti il paragone dell’amore coniugale e familiare. E’ il caso di Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea. E Gesù stesso, quando su sollecitazione di sua madre Maria, ha voluto manifestare la sua adesione al patto di amore di Dio con la sua gente, ha scelto una festa di nozze, come ci ha raccontato il Vangelo.

Arriva però il momento in cui – come dice il Vangelo – il buon vino viene a mancare. Succede così: un ragazzo e una ragazza si incontrano, si conoscono, si vogliono bene. Sono sorpresi e riconoscenti per quello che sta loro accadendo. Progettano il futuro, la loro vita comune; ed essa appare ricca di promesse e quasi senza ombre. Quando, però, il futuro diventa presente, quando la vita a due si fa esperienza quotidiana, e il progetto comincia a tradursi nella trama complicata dei rapporti sociali, emerge anche l’aspetto faticoso e incerto del loro volersi bene. Si presentano ostacoli imprevisti, e qualche volta nasce il dubbio e il sospetto reciproco.

"Non vedete – fanno notare alcuni – che, con il matrimonio, l’amore si spegne per tramutarsi in una forma di convivenza noiosa, senza più fantasia e senza poesia?". La responsabilità di questo grigiore peserebbe dunque sull’istituto del matrimonio. C’è allora chi propone di cambiare il concetto stesso di famiglia. Non più parlare di famiglia, secondo il concetto tradizionale di nucleo costruito attorno al rapporto stabile di coppia. Questa idea di famiglia starebbe troppo stretta ad alcuni, che propongono di parlare non di unico modello di famiglia, ma di tanti "modelli di famiglie", tutte accomunate dal fatto di essere "nucleo primario degli affetti e delle relazioni". Sicché famiglie diventerebbero le diverse forme di convivenza di fatto: coppie che convivono senza sposarsi, addirittura dello stesso sesso, tutte accomunate dal fatto di essere "nucleo primario di affetti e di relazioni".

Ma, accomunate in questo modello affettivo di famiglia, domani potrebbero essere annoverate anche le famiglie poligamiche, le "comuni" di sessantottina memoria. Anzi, giacché ci siamo: perché pensare a nuclei di due o più persone? Capita spesso, oggi, di vedere nuclei familiari formati da una sola persona, che magari stabiliscono rapporti affettivi – che so – con un gatto o un cane, consigliato dallo psicologo come legame terapeutico!

Permettete che insista sulla famiglia in questa festa mariana. Non ci ha forse suggerito il Papa di invocare Maria come "Regina della famiglia"? E se vogliamo che questa non diventi solo una litania tra le tante, ci deve stare a cuore la realtà della famiglia, il suo futuro.

Che cosa è dunque "famiglia"? Non è certo da trascurare il fatto che la famiglia possa costituire il "nucleo primario di affetti e di relazioni". Sotto questo profilo, è bene che i genitori diventino amici dei figli e viceversa, il marito della moglie e viceversa. Ma non può essere questo fatto la ragione per cui la famiglia debba stare a cuore a noi, come cittadini e come cristiani. Dico anzitutto a noi come cittadini, non solo come cristiani. Il motivo per cui, noi, come cittadini, chiediamo un nuovo "patto per la famiglia" (che anche altri invocano) è che la famiglia svolge una funzione immensa a favore della società, e quindi la società ha tutto l’interesse a sostenerla. La prima, essenziale funzione che la famiglia svolge verso la società è quella della procreazione ed educazione dei figli. Voglio ricordare che, senza figli, la società non esiste; che se non ci sono giovani, gli anziani non hanno chi li curi; che l’educazione di un bambino è un contributo rilevantissimo che la famiglia offre alla società. Avere dei ragazzi con pochi "buchi" nel cuore, cioè con un passato accettabile, con una fiducia di fondo nei confronti del futuro, è un beneficio di cui la società ha bisogno più di ogni altra cosa. E non solo come cittadini: anche come cristiani la famiglia ci sta a cuore. Non perché, come sospetta qualcuno, attraverso un modello tradizionale di famiglia la Chiesa vuole continuare ad esercitare un potere sulle coscienze. Io, come uomo di Chiesa, mi vergognerei se fosse così. Vorrei invece riconoscermi in ciò che l’apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Corinto: "Non vogliamo fare da padroni sulla vostra fede, ma essere collaboratori della vostra gioia" (2 Cor. 1, 24). Paolo parlava della gioia in generale, di chi fa delle scelte coerenti con il Vangelo, ma, non per questo, meno autentiche sul piano umano.

Che cosa è la gioia? Che cosa dice Manzoni nei Promessi Sposi, quando Renzo e Lucia, perseguitati dallo strapotere locale, vengono costretti a lasciare il loro paese e le loro case? "Dio non lascia che venga meno la gioia, se non per prepararne una più grande". E’ molto bella questa visione teologica della gioia umana: la gioia, vera e autentica, ha a che fare con Dio. Il nostro Dio, non è "l’eterno celibatario dei cieli", come ha detto qualcuno, ma è il "Dio di Gesù Cristo", il Dio di Colui che, di fronte al venire meno del buon vino della gioia di vivere, non è rimasto a vedere, a constatare un amore che non c’è più, ma a convertire l’acqua della legge antica – infatti l’acqua era lì per le purificazioni previste dalla legge -, nel vino del nuovo patto di Dio con l’umanità.

Maria che, grazie alla sua intuizione, ha saputo sollecitare il figlio Gesù ad anticipare la manifestazione di lui come Figlio di Dio, aiuti anche la nostra Chiesa a farsi carico della fede degli altri, in particolare della fede di coloro che si sposano, che hanno difficoltà con i figli, perché nei fallimenti trovino il coraggio di ricominciare da capo, di non perdere mai la speranza che l’amore umano può ancora essere vissuto senza pentimenti, quando è creduto come segno, parziale sì, ma suggestivo e reale di un Amore più grande, nel quale trovare la forza per superare ogni prova.

"Signore, dammi un’anima che non conosca la noia, e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama io", il mio io. Così aveva pregato un giorno Tommaso Moro, insieme alle sue figlie, quasi un testamento prima di morire. Sia questa anche la nostra preghiera.