- Quale cittadinanza dare alla famiglia?
«La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa.
La famiglia ha meritato e tuttora
esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto
cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più
profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale. Non a
caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come
“nucleo fondamentale della società e dello Stato”.
Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell’Occidente - diminuzione dei matrimoni e declino demografico - e le sue difficoltà incidono sul benessere della società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità dei più giovani. Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani. Aiutiamo i giovani a fare famiglia.
A partire da queste premesse antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione.»
Così si esprime il Manifesto “Più Famiglia”, che il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari ha sottoscritto assieme ai rappresentanti di Associazioni, Movimenti e Aggregazioni Laicali in vista del Family Day che si svolgerà a Roma, in Piazza San Giovanni in Laterano, nel pomeriggio di sabato 12 maggio e al quale tutti siamo invitati a partecipare per esprimere un grande “Sì alla famiglia”.
Parlando di “Famiglia e Politica” giova ricordare che fu proprio il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, nel discorso che appena eletto fece al Parlamento (18 maggio 1999) a citare esplicitamente gli art. 29-30-31, parlando di Costituzione “inattuata”, dicendo che questi tre articoli costituiscono un “vero programma costituzionale in favore della centralità della famiglia e dei suoi valori, che qui e sempre dobbiamo riaffermare come grande ricchezza del nostro popolo”.
Art.29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”
Art.30: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli...”
Art.31: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”.
La Costituzione italiana riconosce
che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, quindi è un soggetto
sociale che precede e fonda il vivere civile. Nel rapporto tra famiglia e Stato
la famiglia assolve il proprio obbligo e dovere fondamentale di costituire il
nucleo fondante la società, e lo Stato ha l’obbligo, attraverso proprie
determinazioni, di proteggere e tutelare la valenza sociale e pubblica della
famiglia fondata sul matrimonio.
Una certa cultura spinge per
ridurre la famiglia a una dimensione meramente privata
e ad interpretare il fatto familiare come semplice rivendicazione affettiva e
solidaristica, perdendo così di vista la specifica differenza che lo Stato ha
riconosciuto al matrimonio come patto pubblico, tendenzialmente stabile, che
sancisce il reciproco obbligo responsabile dei coniugi. Occorre dunque porre
l’accento sulla famiglia come soggetto sociale autonomo, da cui dovrebbero
discendere norme di favore che non hanno come destinatari i singoli membri del
nucleo familiare, ma la famiglia in quanto tale.
Occorre in altre parole attuare politiche specifiche per la famiglia con
criteri che promuovano la famiglia e la sostengano nei
suoi compiti secondo il principio di sussidiarietà.
Riconoscere la soggettività
sociale della famiglia fondata sul matrimonio e le sue insostituibili funzioni
di bene comune significa mettere in atto delle politiche
che ne promuovano la formazione e le funzioni irrinunciabili di procreazione, educazione
e cura.
La scelta di convivere senza
passare dal matrimonio appare oggi – sulla base delle più aggiornate ricerche –
più una scelta inerziale, spesso a termine, che non un progetto alternativo alla
famiglia, basato su elementi di marcato individualismo di coppia. Si pone allora
un interrogativo forte rispetto alla solitudine delle giovani coppie di fronte
alla scelta del fare famiglia: quanto la comunità
civile e le istituzioni sono capaci e interessate a sostenerle nella
costruzione di un progetto di famiglia? E quanto
potrebbero giovare giuste politiche a sostegno della famiglia anche in termini
di prevenzione di possibili cause di disgregazione legate a fattori economici?
Basterebbe pensare al fatto che una famiglia aperta alla vita, una famiglia che
cresce, una famiglia in cui si stabiliscono relazioni affettive ed educative forti, è già una famiglia in cui si crea una
premessa di maggiore stabilità.
Porre l’accento sul soggetto famiglia significa individuare degli interventi
politici che ne promuovano le relazioni e le funzioni sociali.
Lo specifico delle politiche
familiari è la capacità di superare forme di assistenzialismo
per attuare coraggiosi interventi di carattere promozionale, universale e
distintivo, avendo come destinatari non i singoli membri del nucleo familiare,
bensì la famiglia in quanto tale.
Questa affermazione non è
affatto in contrasto con la situazione delle famiglie povere, che sappiamo essere
in crescita in Italia, soprattutto tra le famiglie con più figli, e che anzi ci interpella fortemente. Le politiche per la lotta alla
povertà, che ovviamente comportano interventi mirati e selettivi, trovano in
realtà un proprio spazio specifico, e soprattutto un’efficacia
reale e duratura, proprio se armonicamente inserite nel contesto
familiare a cui si rivolgono. Nello stesso tempo, l’applicazione di serie
politiche familiari universali e non assistenzialistiche è la migliore forma di
prevenzione e di contrasto all’aumento delle situazioni di
povertà ed emarginazione.
La preoccupazione che deve
animare è di operare perché la famiglia abbia un surplus di tutela, che dia
concreta, tangibile ed evidente attuazione al “favor familiae” riconosciuto nella Costituzione.
Si tratta di introdurre e
rafforzare quella normativa di sostegno che sin qui è mancata o è stata
assolutamente insufficiente. Questa è la vera priorità del nostro Paese
rispetto alla famiglia!
Un discorso politico
particolarmente importante è infine quello di favorire le iniziative di
“auto-aiuto” tra famiglie. Una famiglia, che non è chiusa in se stessa, è fonte
di solidarietà sia verso i propri membri sia verso gli altri nuclei. Per questo
nella realizzazione di reali politiche del welfare
occorre tenere presente che l’associazionismo familiare deve avere uno spazio
privilegiato di presenza, attraverso provvedimenti e iniziative che vedano
protagoniste le famiglie e le loro associazioni. E’ fondamentale il passaggio
da un centralismo statale ad una maggiore partecipazione dei cittadini alla
vita della società. In particolare nel mondo del welfare si aprono vasti spazi
di partecipazione attiva delle famiglie e delle loro associazioni in base ad
una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, che accompagna e
tempera una logica di solidarietà che talvolta conduce al disimpegno
dall’attività diretta del cittadino.
Il welfare è il crocevia di una serie di temi che implicano la famiglia: natalità, servizi di educazione e di cura, rapporto tra le generazioni, parità dei diritti e dei doveri dell’uomo e della donna, previdenza sociale, edilizia abitativa, spazi urbani, tempi del lavoro. I servizi sociali devono porre al centro dell’interesse la famiglia, i legami familiari, le reti di solidarietà informale che costituiscono per l’Italia non solo una risorsa, ma un vero e proprio ammortizzatore degli effetti più deleteri di fenomeni di povertà e di devianza. L’interpretazione corretta del principio di sussidiarietà chiede alle istituzioni di pensarsi e di agire al servizio della crescita della società civile. Proprio perché devono coltivare il bene comune, le istituzioni pubbliche devono intervenire nella società, ma per promuovere e sostenere l’autonomia dei diversi soggetti sociali, tra i quali deve essere al primo posto la famiglia.
Pietro Moggi
Vice-Presidente Forum Prov.le Associazioni Familiari
Reggio Emilia