LAVORO E FAMIGLIA: UNA POSSIBILE CONCILIAZIONE

 

Sabato 6 novembre si è svolta a Rio Saliceto, presso la Parrocchia di San Giorgio, l’ormai tradizionale Festa annuale delle Associazioni Familiari di Reggio Emilia, giunta alla sua V edizione. Anche quest’anno la Festa ha avuto come gradita protagonista la presidente del Forum Nazionale Luisa Santolini. Riprendiamo la sintesi della sua relazione dall’articolo pubblicato da Edoardo Tincani sul settimanale diocesano “La Libertà”.

 

Normalmente la famiglia è celebrata con discorsi di circostanza, senza che però le sue necessità vengano adeguatamente declinate sul piano politico. Si tratta allora di togliere la famiglia dal ghetto in cui è stata confinata da 50 anni a questa parte e serve un netto cambiamento culturale: non si può più pensare ad una società che campa sulla fatica delle famiglie, viste all’occorrenza solo come “una tra le tante variabili” che la compongono, salvo poi diventare le uniche “scialuppe di salvataggio” nei confronti di un welfare che non regge o di un mercato che stritola l’uomo con i suoi ferrei ingranaggi. Coinvolto in pieno è il mondo del lavoro, dove ci si imbatte in un primo scoglio culturale: sul lavoro conta l’individuo, mai la famiglia. E s’incontrano due libertà configgenti: la libertà di impresa e quella delle famiglie di organizzarsi senza essere prevaricate dalla logica produttiva.

Uno dei pregiudizi più recidivi è quello per cui la valorizzazione delle persone deve avvenire unicamente in funzione del codice dello scambio economico. Brutalmente, l’uomo (e la donna) vale quello che produce. Un esempio? Se un signore che vive da solo assume una colf, il Pil del paese aumenta, mentre se quella medesima persona viene sposata dal suo datore di lavoro – a parità di carichi lavorativi – ecco che la ricchezza dello Stato cala. Ancora: l’integrazione al minimo del trattamento previdenziale delle casalinghe spetta alle donne separate e divorziate, ma non alle donne regolarmente sposate. Distorsioni originate da un equivoco che vede nella famiglia il luogo del non-lavoro e nel lavoro il luogo della non-famiglia. Un cliché da archiviare, così come va superata la convinzione che i modelli di consumo siano essenzialmente individuali (…).

Il lavoro, oggi, “non è più una maledizione biblica”, ma un “contributo all’opera creatrice di Dio”, secondo la valenza positiva messa in luce dall’enciclica “Laborem exercens”. Il lavoro però non è solo quello che si compie in azienda, né coincide col tempo retribuito: c’è tutto un lavoro di cura e di educazione che si svolge tra le mura domestiche e va testimoniato alle giovani generazioni, come stimolo che mette la persona in relazione con gli altri e la spinge a cooperare per migliorare la società.

Non esistono formule magiche per conciliare famiglia e lavoro. Si deve certo puntare – i coniugi per primi – ad un’equilibrata combinazione tra i tempi per l’uno e per l’altra. Meglio, tra i tempi “in” e “fuori” casa, giacché anche il tempo dedicato da una mamma alla cura dei figli costituisce lavoro, giocandosi sulle relazioni personali. Inutile nascondere che a pagare lo scotto di una conciliazione mai facile siano soprattutto le donne, complici lo scarso apporto maschile al lavoro “intra moenia” e l’impervia strada di accesso al part time femminile. Malgrado le opportunità aperte dalla legge Biagi, le donne italiane a parità di livello con le europee scontano un carico funzionale 5 volte superiore; in Italia, poi, ad ottenere il tempo parziale è una media del 10%, contro il 57% dell’Olanda. Il Consiglio d’Europa raccomanda politiche del lavoro che favoriscano la maternità, modulazione dei tempi della città sulle esigenze familiari, reti d’assistenza costruite in modo da essere sussidiarie alla coppia con figli e soggetti deboli a carico. Ma quanti enti – privati e pubblici – traducono in pratica queste linee?

Ognuno deve fare la sua parte. I giovani sono chiamati a ritrovare la progettualità del lavoro non solo come autorealizzazione ma come condivisione di vita. Le famiglie stesse dovranno indicare ai figli la connessione tra auto-aiuto familiare e solidarietà sociale, rifiutando la schizofrenia di tanti adulti che “fuori” precludono di fatto sbocchi professionali ai giovani, mentre “in casa” giustificano ad oltranza i figli disoccupati. E la società? Torni ad investire sulla famiglia, nella consapevolezza che la maternità e i figli sono un bene di tutti. (…).

 

(Edoardo Tincani, su “La Libertà”, 13/11/2004)