BOLOGNA: PROGETTO FAMIGLIA

Chiediamo per Bologna una politica sociale sui seguenti punti:

1. Il riconoscimento della famiglia come soggetto attivo all'interno del sistema dei servizi alla persona.

2. Una politica che favorisca l'accoglienza e la tutela della vita, dal concepimento al suo termine naturale e che assicuri una famiglia a che n'è privo.

3. Un criterio d'equità fiscale per le famiglie che tenga conto dei carichi familiari con l'introduzione del quoziente familiare.

4. Una politica per la casa che agevoli la formazione delle famiglie.

5. La riorganizzazione del sistema materno infantile in funzione di una effettiva libertà di scelta e di partecipazione delle famiglie.

6. Una diversa organizzazione del lavoro che tenga conto delle esigenze della famiglia e la valorizzazione del lavoro famigliare.

7. Il sostegno economico alle famiglie con figli, per il beneficio sociale che esse generano.

8. La tutela dei diritti della famiglia e dei minori nel campo della comunicazione sociale.

9. Una politica che promuova e sostenga l'associazionismo famigliare.

Il presente documento è per lo sviluppo e la promozione di un programma di politica sociale famigliare per la città di Bologna.


Premessa: la situazione di Bologna.

Negli anni ottanta e novanta le linee tendenziali per le politiche sociali a Bologna sono sempre state indirizzate nei confronti degli individui, intesi come semplici percettori d'assistenzialismo oppure come componenti di collettivi statistici (infanzia, donne, anziani, handicappati, ecc.) comunque sempre a prescindere dal loro contesto famigliare.

Anche se il dettato Costituzionale afferma in maniera chiara il valore della famiglia per la società (vedi art. 29, 30,31), tale nucleo non trova sul piano pratico la tutela che le è suo. Le politiche sociali dei servizi hanno penalizzato le famglie con figli. Questa scelta ha prodotto problemi e tensioni sociali (dalla mancanza di un fisiologico ricambio della popolazione) le cui conseguenze iniziano a palesarsi già oggi in tutta la loro gravità.

Occorre invertire questa tendenza ormai consolidata e dare alla famiglia quel significato di "soggetto interlocutore" delle politiche sociali.

Per attuare il cambiamento di mentalità occorre sanare il confronto tra due culture della cittadinanza, la prima che riconosce questo diritto solo agli individui e che considera la famiglia come un "affare privato" e la seconda è la cultura della cittadinanza societaria, in altre parole delle autonomie sociali, per la quale la cittadinanza non va solo riferita agli individui, ma anche agli alle comunità intermedie, tra cui la famiglia, come titolare di diritti sociali.

Si avverte la necessità di un progetto di sviluppo delle politiche sociali dove il ruolo delle associazioni familiari diventa più importante e di responsabilità. Questa è la base di una nuova cittadinanza societaria concepita com'elaborazione del complesso dei diritti doveri del cittadino a partire dalla società e non dall'istituzione.

Di fatto, per quanto le famiglie siano soggetto di crescente interesse nelle politiche sociali, non sono mai state, né sono ancora figurate come un vero e proprio soggetto o "sotto sistema" societario. Esse sono destinatarie di molte proclamazioni di diritto e di molti sforzi in tema di legislazione sociale per assicurare un numero crescente di benefici di welfare a singole categorie d'individui. Occorre che le famiglie non vestano il ruolo dei destinatari passivi, dei consumatori da proteggere, di piccole unità a cui bisogna tenere conto. Considerando il calo della natalità, ormai giunta a tassi critici (record mondiale!) si ha sempre più l'impressione che le famiglie non possano veramente contare ma pur essendo oggetto di politica subiscano altri sotto sistemi quali quelli del mercato economico e quello politico amministrativo senza partecipare attivamente al loro operato.

La famiglia non è un fatto privato che si risolve tra le mura domestiche, ma di fatto, assolve una quantità di funzioni sociali che nessun Stato, nessuna Amministrazione collettiva, nessun mercato, nessuna agenzia pubblica o d'altro tipo può farsi carico.
La famiglia utilizza i mezzi degli altri sotto sistemi (il denaro dell'economia, il dirittopolitico amministrativo, ecc.), ma anche un suo mezzo simbolico specifico di comunicazione. Questo mezzo è la reciprocità di mondo vitale, la quale non solo caratterizza la famiglia come scuola d'umanità, ma deve essere esteriorizzata per far funzionare correttamente gli altri sotto sistemi e i loro reciproci scambi.
La famiglia è luogo di virtù e di scambio fra le generazioni che non può essere sostituita dallo Stato. Attraverso la famiglia passa una parte importante e originale d'equità inter generazionale.

Una politica sociale integrata non può commettere l'errore di pensare che la famiglia sia un "residuo culturale" del passato, che mantiene solo per inerzia certe funzioni sociali o che, all'opposto, si vada sempre più riducendo a sola coppia.
E' necessario costruire una nuova cultura del benessere come vita buona, una cultura capace di rispondere alle sfide intrinsecamente connesse ad una società complessa e rischiosa.
Per ottenere questo orientamento è necessario avviare un nuovo dialogo tra famiglia e istituzioni welfare, pubbliche, private e di terzo settore. Questa nuova politica la si può ottenere sviluppando le seguenti strategie:

1. Costituzione delle politiche di benessere come sistemi d'osservazione - diagnosi - guida relazionale.
2. Sviluppo delle organizzazioni intermedie fra i singoli cittadini e lo Stato.
3. Attuazione di una politica centrata sulla famiglia perché fulcro di sistema a rete di servizi combinati fra settore pubblico, di mercato e di privato sociale.
4. Riconoscimento di una nuova cittadinanza della famiglia, si devono promuovere regole distributive delle risorse private e collettive ispirate a criteri di solidarietà.

Per ripensare la politica locale sulla famiglia è necessario continuare ad interagire con lo Stato e la Regione, ma è anche necessario superare certe contrapposizioni ideologiche sull'entità famiglia, come se questa fosse un tema di scontro tra destra e sinistra.

La famiglia è di tutti, come di tutti è lo Stato sociale.

Per affermare un nuovo tipo di dialogo sul sociale è necessario il raggiungimento d'alcuni obbiettivi fondamentali:
1. Pluralizzazione degli attori portatori della politica sociale.
2. Decentralizzazione delle attività amministrative.
3. Creazione e partecipazione ad organismi di difesa dei cittadini.
4. Rafforzamento delle formazioni sociali intermedie.
5. Maggiore importanza al ruolo della famiglia come soggetto do srvizi primari di vita quotidiana.
6. Riorganizzazione dei servizi sociali personali: gli utenti da attori passivi a coproduttori e cogestori dei servizi.

Con la crisi dello Stato sociale, che è crisi economica, fiscale e organizzativa, le Regioni debbono pensare a politiche e interventi di tipo alternativo rispetto a quelli praticati negli ultimi due decenni. Non si può più semplicemente espandere lo Stato assistenziale mediante la semplice inclusione nella cittadinanza statale. E' necessario quindi muoversi seguendo i criteri di privatizzazione e del principio di sussidiarietà.

E' prevedibile che, in futuro, le Regioni vedranno aumentare le loro competenze e le loro autonomie d'azione. Già molte regioni hanno cominciato a legiferare in materia di politiche sociali con grande autonomia.
Per quanto riguarda la Regione Emilia Romagna e il Comune di Bologna, non si può dire che abbiano perseguito una politica famigliare concreta ed effettiva.

Le leggi regionali approvate nel passato sono state una sorta di manifesti, più dei programmi sulla carta che effettivi provvedimenti legislativi aventi scopi mirati e capaci di dar vita a dinamiche di sostegno alla cultura famigliare.

Gli interventi di Regione e Comune si sono poi uniformati a tre principi fondamentali:

1. Sostenimento della donna, la diade madre - figlio con interventi a carattere marcatamente femminile.
2. Azione di provvedimenti per le famiglie deboli e patologiche, con particolare riguardo sempre alla condizione femminile, senza disegnare una politica di sostegno delle famiglie "ordinarie" che condividono gli stessi "normali" problemi di vita quotidiana.

3. Produzione di un ulteriore offerta di welfare assistito, anziché valorizzare le soggettività famigliari e associative come forme sociali intermedie secondo il principio della sussidiarietà. Tra queste offerte va inserito il progetto dei "Centri per le famiglie" che segnano solo ora una fase sperimentale in Emilia Romagna e che non sono oltre al lavoro di piccola formazione.