LAVORO E PROGETTI DI VITA:
UNA SCELTA FAMILIARE TRA CONDIZIONAMENTI E OPPORTUNITA’
Roma 14 - 15 maggio 2004
I perché di un Convegno
Relazione di Luisa Santolini*
Premessa
Le Nazioni Unite hanno celebrato nel 1994 l’Anno internazionale della Famiglia e, in quella occasione proclamarono il 15 maggio Giornata internazionale della famiglia. Da allora in tutto il mondo, in questa giornata, si celebra la famiglia con iniziative e manifestazioni, che vogliono portare all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica il ruolo insostituibile di questa "cellula fondamentale della società".
Da tre anni questo avviene anche in Italia grazie alla precisa volontà e all’impegno del Forum delle associazioni familiari: le ragioni che sono alla base di questa decisione non sono solo celebrative. In questi ultimi anni la famiglia è tornata alla ribalta del dibattito sociale e politico, ciò è positivo, ma i rischi che stiamo correndo sono quelli di continuare a penalizzare la famiglia e a relegarla, una volta di più, tra i tanti problemi da risolvere, perché si evita di sottolineare quanto essa sia indispensabile alla società, perché troppo spesso ne vengono messi in risalto solo limiti e difficoltà, dimenticando di evidenziarne anche la grande valenza sociale, la sua decisiva importanza in un sistema di welfare sempre più insufficiente, il suo decisivo ruolo nella educazione e nei servizi alla persona che la rendono un insostituibile "capitale sociale". Troppo spesso la famiglia viene presa in considerazione in quanto bisognosa e non in quanto chiave di volta di tutta la società, troppo spesso si confonde la famiglia con quello che famiglia non è e si pretende di far passare per famiglia diversi tipi di convivenze che non hanno "la sostanza" dell’essere famiglia.
La Giornata della famiglia va in questa direzione. Quest’anno in particolare, nel decennale dell’Anno Internazionale della Famiglia, in collaborazione con la Diocesi di Roma, nel solco del percorso che essa sta facendo sul tema della famiglia, abbiamo ritenuto non solo utile, ma quasi doveroso, offrire un momento di riflessione culturale e politica - di alto profilo - sul tema delle riforme e della loro incidenza sulle politiche di promozione della famiglia.
La famiglia si trova al crocevia di grandi questioni da affrontare e noi, in questi due giorni, vogliamo concentrarci su una in particolare, il suo rapporto con il mondo del lavoro e gli effetti della "Riforma Biagi", con l’obiettivo di far diventare le famiglie consapevoli dei condizionamenti e delle opportunità che si presentano loro per una rinnovata azione educativa e sociale.
Con questo Convegno riteniamo di aprire una pista di riflessione in buona parte inesplorata perché sul rapporto famiglia e lavoro poco è stato detto e fatto, quasi a voler evitare di affrontare un tema difficile e scottante e desideriamo evidenziare, una volta di più, come famiglia e lavoro siano strettamente collegati, a partire dall’apporto positivo, anche in termini economici, che la famiglia sa e può offrire al complesso mondo del lavoro, e dal discernimento che essa è chiamata ad esercitare per ciò che riguarda il senso del lavoro e le sue scelte di vita.
Una rivoluzione culturale
Nel lungo cammino di comprensione dei rapporti tra famiglia e lavoro, è ormai significativamente condiviso un approccio che attribuisce all’attività lavorativa dell’uomo una valenza positiva. "Nella Parola della divina Rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, e a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta e dei valori racchiusi in tutto il creato" (Laborem exercens, nr. 25). Attraverso il lavoro le persone entrano in relazione con l’ambiente esterno, con il mondo, e lo modificano in funzione di un progetto, di un pensiero sul futuro, di un obiettivo di mutamento della realtà, dando il loro personale contributo. Quindi il lavoro non solo come attività retribuita, ma come azione creativa della persona verso gli altri e verso la realtà (volontariato, lavoro di cura, imprenditorialità, arte, ecc.).
Questo convincimento, che è essenziale, non è però sufficiente:
per affrontare un tema così complesso quale è il rapporto della famiglia con il mondo del lavoro è indispensabile avviare un progetto societario complessivo, un pensare in grande, che appare sempre più lontano dagli angusti orizzonti del dibattito oggi presente in Italia; non bastano aggiustamenti di piccolo cabotaggio, non bastano lievi interventi di ridistribuzione delle risorse economiche, non bastano piccoli aggiustamenti sui congedi parentali o sull’estensione del part-time nel pubblico impiego. Si tratta pur sempre di miglioramenti rispetto ad una situazione precedente di totale dimenticanza e di abbandono della famiglia, e come tali potranno essere sostenuti e valorizzati, ma ciò che è veramente necessario oggi è in primo luogo un cambiamento culturale radicale, un punto di vista nuovo, capace di rileggere e ridefinire i termini ultimi del rapporto tra famiglia e società, tra famiglia e lavoro.
Se da un lato occorre smettere di pensare che la nostra società possa ancora "vivere di rendita" sulla tenuta del tessuto familiare, dall’altro occorre convincersi che non si tratta tanto di richiedere interventi di aiuto e di assistenza alla famiglia, quanto piuttosto di relazionarsi a lei in una prospettiva realmente sussidiaria, in cui l’agire sociale e le scelte delle persone siano riportate all’ambito familiare. Non più una famiglia sussidiaria alla società, stampella e scialuppa di salvataggio nei confronti dei fallimenti di stato e mercato, ma una società sussidiaria alla famiglia, in cui cioè gli interventi di stato, mercato e ogni altro soggetto sociale si muovano con l’obiettivo primario di promuovere e sostenere l’autonomia e la capacità di risposta delle singole famiglie.
Ma questo, e il Forum lo sa bene, passa attraverso un duplice movimento: da un lato, dalle famiglie verso la società (e per far questo è necessario il prezioso e instancabile lavoro delle associazioni familiari, delle agenzie di socializzazione, ma soprattutto di ciascuna famiglia); dall’altro, dalla società verso le famiglie (e per questo continueremo a chiedere con forza interventi, sostegni, supporti che non esproprino le famiglie delle loro competenze, ma le sostengano nel "rimettere in moto" le proprie risorse).
In definitiva il problema è soprattutto culturale e numerosi dati empirici lo confermano, anche a partire dai nodi concreti quali l’assenza di lavoro, disoccupazione giovanile, il tema dell’abitare, la vivibilità delle città e dei tempi in cui sono organizzati gli ambiti di vita e di lavoro, ecc.
Il problema culturale non è di poco conto, dal momento che apre anche una questione che attende risposta e che non è affatto scontata: il tema della libertà.
Nell’incontro - scontro tra famiglia e lavoro entrano in gioco due sfere dell’iniziativa umana in cui la libertà, la libera iniziativa, la possibilità di scelta costituiscono regola ineliminabile.
Ma cosa succede quando queste due domande radicali di libertà entrano in rotta di collisione, quando la libertà del mondo del lavoro incontra la libertà che esigono le persone e le famiglie? Di fatto, nella società contemporanea, la libertà del sistema produttivo prevarica quella delle sfere
individuali, subordinando gli individui all’impersonale e invincibile legge del mercato, del profitto, dello sviluppo. Si va così verso una società in cui il potere, le regole del gioco, la distribuzione e la gestione delle risorse rimangono definite da un paradigma in cui le persone valgono per quello che fanno, che sanno fare, che sanno produrre, e in cui ogni valutazione e "attribuzione di valore" fa riferimento al codice dello scambio economico.
Né l’intervento pubblico, peraltro essenziale nel contesto contemporaneo, si è dimostrato particolarmente efficace nel contenere questo rischio perchè non ha saputo rilanciare la risorsa persona, privilegiando invece una logica autoreferenziale di controlli e vincoli.
La trasformazione del lavoro
Il lavoro ha subito radicali trasformazioni negli ultimi decenni, in forza della riorganizzazione complessiva del sistema economico e produttivo a livello mondiale, il lavoro cambia e sono ormai consolidati dall’analisi economica alcuni punti fondamentali di tale cambiamento:
Per affrontare seriamente questi cambiamenti occorre superare due pregiudizi che possono condizionare la Riforma del lavoro in atto:
a) la logica che vuole la famiglia "luogo del non lavoro" e il lavoro "luogo della non famiglia, sia perché il lavoro cosiddetto esterno è valore della vita, che non può non entrare nel "lessico familiare" e nel vivo della vita familiare, sia soprattutto perché la vita stessa della famiglia si costruisce grazie al "lavoro familiare" svolto dai propri membri per la vita stessa della famiglia, "lavoro" che costituisce una ricchezza mai contabilizzata nei dati sul reddito nazionale, ma che è risorsa primaria essenziale nella vita quotidiana delle persone, capace di qualificare, nel bene e nel male, la vita della famiglia e della società.
b) la logica secondo cui le scelte economiche delle persone vengono elaborate su base individualistica, piuttosto che essere determinate o addirittura condizionate dal contesto familiare entro cui esse vengono prese. In realtà le scelte professionali e lavorative delle persone sono valutate e contrattate dentro la famiglia, come nel caso dell’ingresso ritardato nel mondo del lavoro dei giovani (non solo per assenza di opportunità, ma anche per l’attesa del posto giusto) oppure nella scelta, tra marito e moglie, del grado di impegno lavorativo di ciascuno, a fronte dei carichi familiari (cura dei figli, della casa, di parenti in difficoltà, ecc.). Analogamente anche le scelte di consumo sono fortemente condizionate dal contesto familiare e di questo sembrano essersene accorti molto bene i pubblicitari….
In altre parole l’individuo, sia come lavoratore, sia come consumatore, si relaziona al mercato (al sistema economico, al lavoro, al consumo) attraverso un "filtro familiare", in cui entrano in gioco i valori delle persone e della famiglia, le risorse individuali e familiari, i progetti sul futuro e i vincoli del presente, e ogni altro elemento che segna la vita di ogni nucleo familiare e di questo occorre tener conto quando si parla di lavoro, di stato, di mercato.
Alcuni nodi irrisolti
In questa sede, tra i tanti aspetti del rapporto famiglia/lavoro, desidero sottolineare tre importanti questioni che ci stanno a cuore e che mi sembra siano solo sfiorate dal dibattito in corso: la conciliazione dei tempi del lavoro e i tempi della famiglia, il lavoro femminile e la condizione delle giovani coppie.
1 Tempi del lavoro e tempi della famiglia
Una prima, banale ma evidente osservazione sul rapporto tra famiglia e lavoro, richiama alla inevitabile competizione tra uso del tempo per il lavoro e uso del tempo per la famiglia e alle difficoltà che ognuno deve superare quotidianamente su questo fronte.
Forse è il caso di suggerire che esiste la necessità di una equilibrata combinazione tra queste due sfere dell’esistenza di una persona e della famiglia, che non bisogna vedere questi diversi tempi sempre come contrapposti (tempo in casa – tempo fuori casa) e non si tratta di mettere in alternativa famiglia e lavoro rispetto alla "disponibilità di tempo" delle persone. In realtà si tratta di recuperare, da parte di tutti, un pensiero antropologico forte che consideri la persona come una e integra, con una propria identità che le consenta di attraversare i diversi ambiti in modo adeguato, portandosi dietro da un ambiente all’altro i valori e le narrazioni della sua vita, senza cambiare codici valoriali e di comportamento a secondo del contesto in cui si trova.
Se così fosse questo ci permetterebbe di comprendere che il tempo non è un peso, non è una "risorsa scarsa" (anche se ne ha, per certi versi, le caratteristiche), ma è sempre una opportunità, una occasione, proprio perché esso è dimensione costitutiva dell’esperienza umana; se il tempo è sempre una opportunità, in ogni contesto la persona sarà attenta a coglierne le opportunità.
Nonostante questa indubbia valenza positiva del tempo non possiamo tuttavia non sottolineare che, la scelta di dedicare il proprio "tempo disponibile" all’attività lavorativa o al lavoro familiare pone spesso le persone - e più frequentemente le donne - di fronte a dilemmi difficili, a scelte complesse, a valutazioni non semplici (se lavoro chi cura il mio figlio piccolo? come? cosa posso aspettarmi dall’asilo, dai nonni, da una baby sitter a pagamento? perché non posso "godermi" mio figlio come vorrei?), in cui "essere in casa" oppure "essere fuori casa" fa la differenza. Purtroppo le risposte a questi dilemmi sono state in genere sempre a carico delle singole famiglie, e il contesto esterno ha offerto pochissime soluzioni, scaricando una domanda di flessibilità sulle persone, senza offrire soluzioni. Oggi qualcosa si muove ed è già possibile individuare nella società contemporanea, sia pure non in modo generalizzato, percorsi innovativi di esplorazione di nuove combinazioni, in cui anche i ruoli di genere si mettono in discussione e riscoprono un nuovo interagire e una nuova decisionalità tra uomini e donne nel ripartire compiti e responsabilità interne ed esterne alla famiglia: ma tutto questo è sufficiente? Cosa occorre fare per dare risposte esaurienti alle famiglie? La flessibilità della Legge Biagi è "buona" per le imprese, ma quanto è "buona" per i progetti di vita delle famiglie?
2 Il lavoro femminile
La condizione della donna nei confronti dell’attività lavorativa presenta specificità innegabili, legate ad una storia che ha in genere considerato la donna estranea al lavoro non familiare, costruendo meccanismi di esclusione e pregiudizi difficili da spezzare. Ma appare oggi innegabile che anche l’attività lavorativa esterna, il lavoro retribuito, svolto in grandi o piccole organizzazioni produttive, non solo può e deve essere accessibile alle donne in pari misura rispetto agli uomini, ma anzi, ha bisogno del contributo originale del "genio femminile", in una valorizzazione della diversità che non costruisce separazioni o emarginazioni, ma che accoglie i diversi doni che maschile e femminile hanno nei confronti dell’attività lavorativa. In questo senso la trasformazione della legislazione ha offerto significative opportunità per la partecipazione delle donne al mondo del lavoro, molto più di quanto non abbia fatto, come cultura e come modelli organizzativi, il mondo della produzione e dell’economia, pesantemente determinato da orientamenti maschilisti e di puro profitto.
E’ tuttavia evidente che, quand’anche l’inserimento professionale sia avvenuto con successo, alla donna resta il problema del doppio (o triplo) ruolo; lavoratrice, ma anche figura di riferimento per il sistema relazionale familiare, e soprattutto principale "care-giver", fornitrice di cura, accudimento e assistenza, nei confronti degli altri membri della famiglia, con particolare riferimento ai membri in condizione di grave difficoltà.
Un’indagine dell’Ufficio regionale del lavoro lombardo rileva che a Milano, nel corso dell’anno passato, le mamme che hanno abbandonato l’occupazione sono aumentate del 7,2% rispetto al 2002. E se questa è la situazione nell’avanzata Lombardia, figurarsi altrove, dove quasi sempre sono anche più carenti le strutture di supporto per le madri che lavorano. L’Istat e il Cnel qualche mese fa hanno elaborato un’analisi sulla situazione professionale delle neo-madri italiane: il tasso di partecipazione femminile al lavoro è del 43,1%, oltre il 20% delle madri impiegate non lavora più con la nascita del primo figlio. La decisione spesso è una scelta obbligata: nel 6% dei casi l’arrivo del piccolo coincide con il licenziamento o con la fine del contratto, mentre migliaia di donne (il 14%) preferiscono abbandonare l’occupazione a causa di orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari. Sembra che, davanti all’aut aut, le madri scelgano in ogni modo i figli.
Sul fronte opposto, una recente indagine svolta dall’Accademia dei Lincei, ha messo in luce la presenza marcata di donne che hanno rinunciato ai figli per perseguire una carriera lavorativa considerata importante.
Questi nodi vanno affrontati e risolti in fretta con tre sottolineature:
3 La condizione delle giovani coppie
Dalla fine degli anni’90, in Italia, la percentuale di famiglie giovani è molto limitata. In base ai dati dell’ultima indagine della Banca d’Italia, nel 1998, solo il 4,9% delle famiglie era condotta da una persona al di sotto dei 30 anni e il 17,7% aveva un capofamiglia con un’età compresa tra i 31 e i 40 anni (Banca d’Italia, 2000). Se consideriamo giovani le famiglie guidate da persone quarantenni (o con un’età poco inferiore) la percentuale si eleva al 22,3%; una percentuale comunque sicuramente inferiore a quella delle famiglie anziane che è del 28,8% per i nuclei che hanno un capofamiglia con più di 65 anni di età.
Percentuali molto basse di famiglie giovani significa che i giovani nel nostro Paese incontrano difficoltà a costituire una nuova famiglia, non si aspettano di migliorare il proprio benessere uscendo dalla famiglia d’origine e non hanno desiderio e incentivi a essere genitori. Se i giovani non desiderano costituire nuove famiglie o le costituiscono in età avanzata ciò si riflette sui tassi di fertilità e quindi anche sul processo di invecchiamento del Paese con conseguenze macroeconomiche negative rilevanti.
I dati statistici evidenziano che l’offerta di lavoro delle giovani donne con figli non è libera da vincoli e questi ultimi sono talvolta insormontabili.
Come accennavo una giovane coppia non può "scegliere" di accudire "il figlio in fasce" oltre i congedi previsti per legge perché i rischi che corre, sul fronte del lavoro, non glielo consentono. Molte neo-mamme hanno dichiarato che hanno "dovuto" rinunciare al lavoro con l’arrivo di un bimbo e altre coppie ancora hanno detto che sono state "costrette" a rinunciare ad un altro figlio per questioni legate al lavoro. Sono, infatti, ancora poche le famiglie con figli e con la madre lavoratrice. Si è poi rilevato che ciò è possibile da attuare solo se vi è per la famiglia la possibilità di mobilitare risorse esterne alla famiglia ovvero se la famiglia è inserita in una rete familiare e/o amicale, in un contesto sociale dove il capitale sociale è ampio.
Le famiglie giovani non sono tutte uguali e il loro benessere è fortemente condizionato dal fatto se i due coniugi riescono entrambi a lavorare per il mercato e se nel nucleo familiare vi è la presenza o meno di più figli. La povertà sta crescendo nelle famiglie giovani per l’incapacità dei membri di procurarsi un reddito da lavoro sufficiente a soddisfare i crescenti bisogni in maniera continua e allora sorge la domanda: quali condizioni consentono ai giovani una progettualità familiare libera e positiva, capace di reggere alla sfida del futuro? In tale domanda, pensiamo ci sia spazio per il lavoro di tutti e da questo Convegno ci attendiamo delle indicazioni e dei chiarimenti.
Conclusioni
Il tema di questo Convegno è di enorme attualità ed interpella anche l’Unione Europea, come sarà evidenziato domani nella presentazione del nostro Manifesto.
Mettendoci, come sempre facciamo, dalla parte della famiglia non possiamo non rilevare che, ancora oggi, si manifesta un minore investimento nella famiglia, mentre più attenzioni e energie vengono convogliate verso il lavoro e verso quegli ambiti di socialità a partecipazione individuale. La famiglia viene dai più data per scontata, come fonte inesauribile di energia a cui si può sempre attingere senza per altro contraccambiare.
A nostro avviso vanno pensate delle azioni ed interventi specifici in due direzioni:
Da qui la necessità di stimolare un dibattito tra soggetti sociali, economici e istituzionali per favorire nuove prospettive culturali, da qui questo Convegno vuole contribuire a creare le condizioni necessarie per compiere interventi che sappiano restituire contemporaneamente dignità alla famiglia e al lavoro.
Un grazie di cuore alla Diocesi di Roma e a tutti coloro che hanno reso possibile questo incontro.
Lascio la parola agli esperti che abbiamo invitato e che ringrazio vivamente per la loro disponibilità, con i quali cercheremo di capire cosa le famiglie abbiano da "dire", da "dare" e da "chiedere" rispetto ai nuovi scenari che si stanno profilando.
* Presidente del Forum delle Associazioni Familiari